Sony chiude le fabbriche di dischi: addio ai gioco cartacei, benvenuti nel microlenti

La decisione di Sony di abbandonare la produzione di giochi su disco nel 2028 ha scosso il settore videoludico come una tempesta perfetta. Un colpo secco, definitivo, che segna la fine di un’era.

Un investimento scomodo, un futuro inatteso

Non si tratta di un semplice cambiamento di strategia, ma di una riconversione industriale radicale. L’azienda, dopo anni di sforzi, ha trasformato la sua storica fabbrica di dischi Blu-ray a Thalgau, in Austria – l’unica ancora operativa – in un polo di produzione di microlenti. Dietmar Tanzer, direttore generale di Sony DADC, conferma con chiarezza: «Il volume di produzione dei dischi PlayStation diminuirà drasticamente, attestandosi al 10% dopo il 2028».

Un dato allarmante, che rivela una spietata realtà: il mercato si è spostato inesorabilmente verso il digitale. 600.000 dischi al giorno, metà dedicati a PlayStation, 300.000 un flusso continuo di esperienze ludiche. Un’abbondanza che ora si ridurrà a una frazione infinitesimale.

Dalla playstation ai sensori: la rivoluzione ottica

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Ma non è tutto. Sony non si limita a dismettere le attività legate ai dischi. L’investimento di 30 milioni di euro nella riconversione ha aperto le porte a un nuovo settore: la microottica. Markus Streibl, direttore di Microottica di Sony DADC, spiega con un pizzico di ironia: «La microottica consiste nella miniaturizzazione di sistemi ottici, applicabile in ambiti che vanno dagli endoscopi ai LiDAR, passando per sensori 3D e realtà virtuale».

Un’evoluzione inaspettata, che trasforma un’attività in declino in una potenziale fonte di guadagno. Un’opportunità che, per ora, sembra offuscare la perdita di un mercato consolidato. Un'ironia amara, forse, ma in linea con la tendenza alla diversificazione che caratterizza le grandi aziende.

La chiusura delle attività di produzione di dischi significa anche la perdita di un modello di business intrinsecamente legato al collezionismo, un aspetto culturale significativo del mondo videoludico. La transizione digitale, quindi, non è solo una questione economica, ma anche culturale. Un'eredità in bilico tra nostalgia e innovazione, con il rischio di cancellare un pezzo di storia.